Un disegno di legge targato FdI, a firma Elisabetta Gardini, cambia le regole.

La proposta di riforma dei condomìni viene presentata come un passo avanti verso la modernizzazione e l’efficienza. Ma, a uno sguardo più attento, emerge un impianto normativo che rischia di trasformare il condominio — luogo per definizione autogestito — in un micro–apparato burocratico, dove la volontà dell’assemblea viene compressa e, in alcuni casi, apertamente aggirata.

Il punto più controverso, e meno raccontato, riguarda i requisiti imposti agli amministratori (possesso di Laurea, iscrizione all’Albo), requisiti che colpiscono anche i condomini che l’assemblea vorrebbe scegliere come amministratori di sé stessi. È qui che la riforma mostra il suo volto più paradossale.

L’assurdità dei requisiti: quando il vicino di casa diventa “abusivo”

Secondo le ipotesi di riforma, l’amministratore dovrebbe possedere una serie di titoli, certificazioni, corsi di formazione obbligatori e aggiornamenti periodici. Fin qui, nulla di sorprendente se si parla di professionisti esterni. Ma l’assurdo emerge quando gli stessi obblighi vengono estesi ai condomini.

In altre parole, un proprietario o affittuario che vive nello stabile, conosce l’edificio, è stato scelto democraticamente dall’assemblea, non potrebbe più amministrare il proprio condominio solo per volontà dell’Assemblea. È come se un cittadino non potesse fare il rappresentante di condominio senza una “patente”.

Il messaggio implicito è chiaro: l’assemblea non è più sovrana. Anche se tutti i condomini sono d’accordo, anche se la scelta è consapevole e condivisa, la legge interviene a dire “no, non potete decidere”.

Una violazione della volontà assembleare

Questo punto segna una rottura profonda con la tradizione giuridica del condominio. L’assemblea, da organo centrale e decisionale, viene retrocessa a mera ratificatrice di scelte già predeterminate dalla norma. La volontà collettiva non conta più se non rientra nei parametri fissati dall’alto.

È una logica che ribalta il principio di autonomia privata: si tutela meno la comunità reale e più un modello astratto di amministrazione, standardizzato e burocratizzato.
Il risultato è che la legge, nata per semplificare, finisce per complicare, irrigidire e favorire interessi di piccoli gruppi precostituiti (una casta).

I “vantaggi” solo sulla carta

I sostenitori della riforma parlano di maggiore professionalità e minori conflitti.
Ma l’esperienza quotidiana dice altro: un amministratore esterno iper–certificato non è automaticamente più competente, né più onesto, né più attento agli interessi dei condomini.

Al contrario, escludere l’amministratore–condomino significa:

  • aumentare i costi, imponendo il ricorso a professionisti esterni;
  • allontanare la gestione dal territorio e dalla realtà dello stabile;
  • scoraggiare la partecipazione attiva dei proprietari alla vita condominiale.

La professionalità non si crea per decreto, né si misura a colpi di attestati.

Una riforma contro il buon senso

La riforma dei condomìni, così concepita, sembra muoversi in una direzione opposta al buon senso e alla democrazia di prossimità. Imporre requisiti sproporzionati anche ai condomini significa sostituire la fiducia reciproca con la diffidenza normativa, e l’autogestione con l’obbligo.

In nome dell’efficienza si sacrifica la libertà; in nome della tutela si espropria la decisione collettiva.
E alla fine resta una domanda semplice, ma inevitabile: se neppure i proprietari possono amministrare la propria casa senza il permesso della burocrazia, chi decide davvero nei condomìni?