Il 2025 se ne va lasciando un sentimento diffuso: non nostalgia, ma sollievo. Un anno che ha reso visibili fratture già profonde, accelerando dinamiche globali su pace, democrazia e disuguaglianze. Un anno da archiviare senza rimpianti, ma non senza insegnamenti.

Pace e guerre.
Sul piano internazionale, il 2025 ha confermato che la pace è diventata fragile e intermittente. La guerra in Ucraina ha continuato a logorare l’Europa orientale senza una vera soluzione diplomatica; in Medio Oriente il susseguirsi di tregue temporanee ha mostrato quanto sia precario ogni equilibrio; in Africa, dal Sahel al Corno d’Africa, conflitti dimenticati hanno alimentato instabilità e migrazioni. Le armi hanno parlato più della diplomazia, mentre le istituzioni multilaterali sono apparse spesso paralizzate.

Povertà e ricchezze.
Il divario sociale si è allargato in modo evidente. Nel 2025, mentre colossi tecnologici ed energetici registravano utili record, milioni di cittadini europei hanno affrontato il caro-vita. In Italia, il lavoro povero è diventato una condizione strutturale: occupazione in crescita, ma salari reali fermi. Un paradosso che ha alimentato sfiducia e rabbia sociale.

Democrazia e l’uomo solo al comando.
Il 2025 ha segnato un ulteriore arretramento della democrazia liberale. In molti Paesi si è rafforzata l’idea che l’efficienza conti più delle garanzie. Governi sempre più verticali hanno ridotto il ruolo dei parlamenti, ricorrendo a decreti e stati di emergenza. L’uomo solo al comando è tornato a sembrare rassicurante, ma ha progressivamente eroso i contrappesi istituzionali.

Italia: la riforma della giustizia.
In questo contesto, il dibattito sulla riforma della giustizia in Italia è diventato emblematico. Presentata come necessaria per velocizzare i processi e attrarre investimenti, la riforma ha diviso profondamente il Paese.
La riforma costituzionale, che andrà a Referendum, non risolve l’esigenza reale di una giustizia più rapida ed efficiente ed amplifica il timore che l’indipendenza della magistratura venga indebolita.
Per ultima la riforma della Corte dei Conti  definita dall’Associazione magistrati Corte Conti: “Pagina buia per i cittadini”

Europa e il diritto di veto.
A livello europeo, il 2025 ha riportato al centro il tema del diritto di veto. In più occasioni, singoli Stati hanno bloccato decisioni comuni su politica estera, aiuti militari o bilancio, dimostrando i limiti di un’Unione che fatica a essere davvero politica. Il veto, nato per tutelare le sovranità nazionali, si è trasformato spesso in uno strumento di ricatto, rallentando risposte urgenti e indebolendo la credibilità dell’Europa sulla scena globale. Incredibile che l’Italia sia rimasto l’unico tra i paesi fondatori a non chiedere l’abolizione del “veto”.

I rapporti con Trump.
Il ritorno di Donald Trump al centro della scena internazionale ha ulteriormente complicato gli equilibri. I rapporti tra Europa e Stati Uniti nel 2025 sono stati segnati da incertezza e diffidenza: minacce di dazi, richieste di maggiore impegno militare e un approccio apertamente transazionale alle alleanze. Per l’Europa e per l’Italia, il rapporto con Trump ha significato meno certezze e la necessità di ripensare la propria autonomia strategica, senza però rinunciare al legame atlantico.

Guardare avanti.
Dire addio al 2025 senza rimpianti significa riconoscere che è stato un anno rivelatore. Ha mostrato i limiti di un mondo frammentato, di un’Europa incompiuta e di democrazie sotto pressione. Le sfide restano aperte: più cooperazione internazionale, istituzioni più forti e riforme capaci di unire, non dividere. Solo così il prossimo addio potrà essere meno amaro e più consapevole.