A trentatré anni dall’omicidio di Beppe Alfano, la domanda resta la stessa: quale verità è stata davvero accertata e quale, invece, è stata nascosta.
E’ attorno a questo interrogativo che si è sviluppato l’incontro pubblico dal titolo “Mafia, corruzione e affari“, svoltosi ieri, al Parco Maggiore “La Rosa” di Barcellona Pozzo di Gotto, promosso dal Partito Democratico per ricordare il giornalista della Gazzetta del Sud assassinato nel 1993.
Dopo i saluti istituzionali dei dirigenti locali (Gianluca Pantano), e provinciale del PD (Armando Hyerace), il dibattito – moderato dal giornalista Nuccio Anselmo – si è trasformato in una vera e propria analisi critica di oltre trent’anni di indagini, segnate da depistaggi, omissioni e scelte che, ancora oggi, appaiono difficili da spiegare.
Anselmo ha parlato, apertamente, di un “calvario” che si ripete ogni anno: il dover ricordare non solo l’omicidio, ma tutto ciò che è avvenuto dopo. Secondo il giornalista, esistono ormai depistaggi certificati, a partire dal mancato arresto di Nitto Santapaola in una fase in cui la sua presenza era stata individuata con precisione. Ma sono soprattutto alcuni episodi a rendere, a suo giudizio, l’intera vicenda “degna di un film”. Tra questi, l’incredibile racconto di una presunta arma – una delle tante calibro 22 entrate nell’inchiesta – che un testimone sarebbe stato invitato a non consegnare né alla Procura né ai carabinieri, ma a portare addirittura al Santuario di Tindari per una perizia balistica. «Chiamiamole stranezze – ha osservato Anselmo – ma sono stranezze che pesano come macigni sulla ricerca della verità».
Ancora più diretto e doloroso l’intervento di Sonia Alfano, che ha messo in fila una serie di interrogativi rimasti senza risposta. Perché il ROS non intervenne immediatamente dopo intercettazioni in cui si parlava di Santapaola? Perché nulla accadde il giorno successivo, il 6 aprile, quando a Terme Vigliatore si verificò quello che Alfano ha definito senza mezzi termini un “inseguimento farlocco”? Nel suo racconto, l’attenzione si è concentrata sull’operazione condotta da Sergio De Caprio, noto come “Capitano Ultimo”, figura a lungo celebrata come simbolo dell’antimafia, ma che, in realtà, per Sonia Alfano è stato “ultimo” di fama e di fatto. “Basterebbe analizzare nel dettaglio quell’episodio per smontare la narrazione eroica costruita negli anni” ha tuonato la figlia del giornalista. Dopo una riunione a Messina, la squadra avrebbe percorso la strada statale invece dell’autostrada. Qui uno degli uomini scambiò per Pietro Aglieri un giovane alla guida di un fuoristrada appena uscito da una villa. Ne nacque un inseguimento senza segnali di riconoscimento e senza intimazioni di fermarsi. Il ragazzo, diciannovenne, si spaventò e tentò la fuga. Le perizie balistiche, ha ricordato Alfano, parlano di colpi esplosi dal Capitano Ultimo, non alle ruote per fermare il mezzo, ma ad altezza d’uomo, addirittura all’altezza della testa, con proiettili ritrovati nello specchietto retrovisore. L’episodio si chiuse con un processo e con l’assenza di reali conseguenze. Il punto più inquietante resta, però, un altro: come è possibile scambiare un ragazzo di 19 anni per un uomo di oltre 36?
Da qui l’interrogativo finale, pronunciato senza attenuanti: “quell’inseguimento fu davvero un errore, oppure quel giovane era un testimone scomodo, legato alla vicenda di una calibro 22 “gemella” di quella che ha ucciso mio padre?”.
Domande che, a distanza di decenni, continuano a restare sospese, rendendo il delitto Alfano non solo un omicidio irrisolto, ma una ferita ancora aperta nella storia della giustizia italiana. A conclusione dell’evento sono intervenuti David Bongiovanni, capogruppo Pd al comune di Barcellona P.G., Felice Calabrò, capogruppo PD consiglio metropolitano, Antonello Cracolici, presidente commissione antimafia all’ARS, Maria Teresa Collica, ex sindaco di Barcellona P.G., Stefania Marino, componente commissione parlamentare inchiesta su ecomafie e Calogero Leanza, vicepresidente commissione salute ARS.
