La diagnostica di laboratorio in Italia attraversa una fase critica. A lanciare l’allarme è AnMeD – Associazione Nazionale di Medicina Diagnostica – che ha partecipato alla conferenza stampa promossa da UAP, insieme a tutte le associazioni della specialistica accreditata esterna, per denunciare le difficoltà che stanno colpendo il settore.
Secondo AnMeD, molte Regioni stanno adottando un’interpretazione restrittiva delle normative, imponendo modelli organizzativi rigidi che rischiano di compromettere la sopravvivenza dei laboratori di analisi, soprattutto quelli più piccoli e diffusi sul territorio.
A esprimere la posizione dell’associazione è stata la presidente nazionale Elisa Interlandi, che ha parlato di un vero e proprio smantellamento della cosiddetta “diagnostica di prossimità”, ovvero dei servizi sanitari di base accessibili direttamente ai cittadini. «Si sta negando il diritto all’accesso alle cure proprio nelle aree dove il presidio territoriale è più necessario», ha dichiarato.
Nel mirino dell’associazione c’è in particolare l’obbligo, imposto ai laboratori, di raggiungere una soglia minima di 200 mila prestazioni annue, senza che siano previste risorse economiche aggiuntive. Una scelta che, secondo AnMeD, appare ancora più controversa se si considera che gli stessi servizi vengono progressivamente estesi alle farmacie, creando una distorsione del sistema e una concorrenza definita “non sostenibile”.
«Assistiamo a un ampliamento dei servizi che grava solo sui laboratori, trasformati in bersagli di obblighi e vincoli, mentre le risorse non arrivano», ha sottolineato Interlandi, parlando di un settore “ostaggio di scelte burocratiche e politiche rinviate”.
L’associazione ha quindi rivolto un appello diretto ai presidenti delle Regioni Sicilia, Campania e Puglia, chiedendo un intervento urgente per fermare un percorso che potrebbe avere conseguenze pesanti non solo sul piano sanitario, ma anche occupazionale e assistenziale, soprattutto nelle aree più fragili del Paese.
Tra le proposte avanzate da AnMeD c’è la possibilità di raggiungere le soglie minime attraverso forme di aggregazione più flessibili, come le cosiddette “reti di contratto”, che consentirebbero di mantenere l’autonomia delle singole strutture e allo stesso tempo garantire la capillarità dei servizi.
«È arrivato il momento di superare modelli obsoleti e soglie obbligatorie che non hanno una reale giustificazione clinica o organizzativa», ha concluso Interlandi. «Così come sono concepite oggi, stanno solo accelerando la chiusura dei laboratori e l’impoverimento del sistema sanitario».
