Mentre la Sicilia affonda, il dibattito pubblico vola alto. Talmente alto da non accorgersi che sotto i piedi il terreno cede. Letteralmente. La nostra terra sprofonda, lentamente ma inesorabilmente: coste che arretrano, centri storici lesionati, frane, allagamenti sempre più frequenti, falde compromesse, infrastrutture che crollano prima ancora di essere inaugurate. Ma di tutto questo sembra importare poco o nulla. L’urgenza nazionale è un’altra: costruire il Ponte sullo Stretto.

Il paradosso è evidente.
Da una parte c’è una terra fragile, esposta al cambiamento climatico, alla subsidenza, al dissesto idrogeologico cronico, con un patrimonio naturale e urbano che avrebbe bisogno di manutenzione quotidiana, cura, investimenti mirati e continui. Dall’altra, un’opera gigantesca, simbolica, ciclicamente resuscitata come se fosse una formula magica capace di risolvere decenni di ritardi strutturali. Come se bastasse “attraversare” lo Stretto per mettere in sicurezza ciò che sta crollando su entrambe le sponde. La Sicilia non ha bisogno di un monumento all’ingegneria del Novecento. Ha bisogno di strade che non si sgretolino dopo la prima pioggia, di ferrovie che funzionino, di dighe manutenute, di reti idriche che non disperdano metà dell’acqua potabile, di città costiere difese dall’erosione, di territori interni che non vengano abbandonati fino a diventare zone fantasma. Ha bisogno, soprattutto, di una visione che parta dal basso, dalla realtà fisica e sociale dell’isola, non da un plastico esposto in conferenza stampa.

Eppure, ogni volta che si prova a riportare il discorso su questi temi, la risposta è sempre la stessa: il Ponte porterà sviluppo, lavoro, futuro. Un futuro, però, che sembra non avere alcun contatto con il presente. Perché mentre si parla di miliardi da investire in un’unica opera, interi comuni siciliani lottano per mettere in sicurezza una scuola, un ponte locale, un costone franoso che minaccia le case. È uno squilibrio che non è solo economico, ma culturale: si preferisce l’opera “epica” alla manutenzione silenziosa, il progetto che fa titolo alla politica che non fa notizia ma salva territori. C’è poi un altro aspetto, forse il più inquietante: l’assuefazione. In Sicilia il dissesto è diventato normale. Le frane sono “emergenze” che tornano ciclicamente, gli allagamenti sono “eventi eccezionali” anche quando accadono ogni anno, l’abusivismo e la cattiva gestione del territorio sono dati di fatto, non scandali. E quando tutto diventa normale, niente è più urgente. Nemmeno il fatto che un’isola, fisicamente e socialmente, stia perdendo pezzi.

Il Ponte, in questo contesto, funziona come una distrazione di massa. Sposta l’attenzione dal degrado diffuso a una promessa lontana, dal problema quotidiano a un’idea astratta di progresso. È più facile discutere di campate, record mondiali e tempi di percorrenza che affrontare il fallimento sistemico della gestione del territorio. Più rassicurante immaginare un futuro grandioso che fare i conti con un presente che chiede responsabilità, competenze e continuità amministrativa.

Non si tratta di essere “contro” il Ponte per principio.
Si tratta di chiedersi cosa sia prioritario, oggi, per una regione che rischia di diventare sempre più vulnerabile e diseguale. Che senso ha collegare più velocemente due territori se uno dei due – o entrambi – non è in grado di reggere le piogge, il caldo estremo, l’erosione, lo spopolamento? Che sviluppo è quello che ignora la base materiale su cui dovrebbe poggiare? La Sicilia non chiede miracoli. Chiede di non essere lasciata sprofondare nell’indifferenza. Chiede che si guardi al suolo prima che all’orizzonte, alle fondamenta prima delle grandi arcate. Perché un ponte, per quanto imponente, non serve a nulla se tutto intorno crolla. E il rischio, sempre più concreto, è che un giorno si possa attraversare lo Stretto in pochi minuti, guardando dall’alto un’isola che, nel frattempo, è stata lasciata andare a fondo.