Nel nuovo “decreto sicurezza” voluto dal governo è stata inserita una norma che inizialmente non era stata notata: prevede di dare un compenso economico, una sorta di premio (si vocifera di circa 615 euro a rimpatrio), agli avvocati che assistono i migranti e li convincono ad accettare il rimpatrio volontario, se il rimpatrio va a buon fine.

Riteniamo che la misura, oltre ad essere offensiva per gli avvocati, sia a rischio di incostituzionalità perché potrebbe ledere il diritto alla difesa (interferisce nella fiducia fra cittadino ed avvocato) e trasforma il ruolo dell’avvocato in agente del governo.

La deputata Valentina D’Orso del Movimento 5 Stelle ha detto che il governo vuole «strumentalizzare gli avvocati facendone il mezzo per realizzare le sue scelte politiche sull’immigrazione»;
Debora Serracchiani, deputata del PD, che la norma «lede la dignità» degli avvocati;
Riccardo Magi di +Europa ha chiesto un incontro urgente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, perché il decreto sicurezza sta costringendo ad approvare in tempi strettissimi norme su temi «delicatissimi, libertà personali e diritti fondamentali».

In modo chiaro è intervenuta l’Unione Nazionale delle Camere Civili che ha diffuso il seguente documento:

“L’Unione Nazionale delle Camere Civili esprime ferma contrarietà alla disciplina introdotta in materia di rimpatri volontari assistiti, nella parte in cui richiama il coinvolgimento dell’avvocatura e prevede un compenso al difensore subordinato all’esito della partenza del cittadino straniero. Il testo approvato inserisce il Consiglio Nazionale Forense (che bene ha fatto a prenderne le distanze) tra i soggetti chiamati a collaborare ai programmi di rimpatrio e prevede la corresponsione ai rappresentanti legali di un compenso collegato alla partenza dello straniero.

Si tratta di una scelta grave, perché altera il ruolo dell’Avvocato, ne compromette l’immagine di indipendenza e introduce una logica incompatibile con la funzione difensiva. L’Avvocato non può essere neppure indirettamente incentivato verso un determinato esito. Non è un ausiliario dell’amministrazione né un terminale delle politiche pubbliche: è il garante dei diritti della persona.

Lo sguardo dell’avvocatura civilista, su questo punto, è particolarmente netto. Il diritto civile è il diritto della persona concreta: dignità, famiglia, salute, lavoro, casa, minori, vulnerabilità. Dietro ogni procedimento che riguarda uno straniero non vi è mai una pratica da chiudere, ma una vita da tutelare. Per questo la difesa deve restare libera, autonoma, priva di qualunque sovrapposizione tra interesse del cliente, interesse dello Stato e interesse economico del difensore.

L’avvocatura civilista è ben consapevole della complessità delle questioni poste dai fenomeni migratori e della necessità che lo Stato li governi con strumenti efficaci, seri e legittimi. Proprio per questo, però, non può accettarsi che problemi reali vengano affrontati con soluzioni che comprimono il diritto di difesa, alterano il ruolo dell’avvocato e si pongono in tensione con i principi costituzionali e con gli obblighi derivanti dal diritto internazionale ed europeo.

La norma si pone infatti in tensione con i principi più alti previsti dalla nostra Costituzione, che tutelano i diritti inviolabili della persona, l’eguaglianza, il diritto di difesa e il giusto processo; e con i principi del diritto internazionale ed europeo che impongono tutela effettiva, accesso alla difesa e protezione della dignità umana.

Quando si incrina l’indipendenza dell’Avvocato, non si colpisce soltanto il migrante. Si colpisce la struttura stessa dello Stato di diritto.

Per questo l’Unione Nazionale delle Camere Civili chiede che tale previsione sia eliminata senza ambiguità e senza rinvii. L’avvocatura non può essere trascinata, neppure simbolicamente, fuori dal suo perimetro costituzionale.

Non è in gioco solo la sorte di migliaia di persone straniere che attraversano le nostre aule di tribunale. È in gioco la credibilità dell’intero sistema giudiziario, la fiducia dei cittadini — tutti i cittadini — nella possibilità di trovare, in un avvocato, qualcuno che stia davvero dalla loro parte.

Quella fiducia, costruita in secoli di storia del diritto e sancita dai padri costituenti nell’art. 24 della Carta fondamentale, non può essere spezzata da quattro emendamenti presentati in fretta e furia in un’aula parlamentare. Chiediamo al Parlamento di avere il coraggio di correggersi.”