La misura di cui si parla, corretta dal punto di vista dei principi, rischia di essere iniqua e colpire solo che le tasse già le paga, favorire elusioni e fughe nei paradisi esteri.

Le misure fiscali francesi per contrastare l’elusione e l’evasione dei grandi patrimoni si basano su normative nazionali rigorose e sull’adozione di standard internazionali.

Il sistema si articola su diverse leve mirate a colpire la grande ricchezza (determinanti gli ultimi due punti):

  • La “Tassa Zucman”: Misura introdotta per garantire equità fiscale, prevede un’imposta minima del \(2\%\) sui patrimoni complessivi (finanziari e immobiliari) superiori a \(100\) milioni di euro, per impedire che l’aliquota effettiva pagata dai super-ricchi scenda sotto questa soglia.
  • Imposta sugli attivi delle holding: Un prelievo del \(2\%\) sugli attivi detenuti in società holding che non vengono utilizzati per scopi aziendali reali, una pratica spesso sfruttata per eludere la tassazione personale.
  • Clausola anti-abuso di diritto: L’articolo \(L-64\) del codice tributario francese consente all’amministrazione finanziaria di disconoscere gli atti o le operazioni puramente artificiose che, pur rispettando formalmente la legge, hanno come obiettivo principale quello di eludere o ridurre il carico fiscale.
  • Imposta di solidarietà sulla fortuna immobiliare (IFI): Ha sostituito la storica patrimoniale (ISF) e colpisce esclusivamente il patrimonio immobiliare netto dei contribuenti superiore a \(1.3\) milioni di euro. L’elusione tramite intestazioni fittizie o società di comodo è contrastata da regole di valutazione rigorose.
  • Ristrutturazione delle exit tax: Misure severe per contrastare il trasferimento di residenza fiscale all’estero, tassando le plusvalenze latenti sulle partecipazioni societarie al momento dell’uscita dal Paese, salvo il rispetto di particolari condizioni di garanzia.
  • Direttiva ATAD dell’Unione Europea: Il recepimento della normativa europea impone misure stringenti contro il trasferimento di utili, la sotto-capitalizzazione e l’uso di società di comodo in giurisdizioni a fiscalità privilegiata.

La Guerra fiscale si vince in Europa

Negli ultimi anni la competizione economica globale si è trasformata sempre più in una vera e propria “guerra fiscale”. Stati Uniti, Cina e grandi economie emergenti utilizzano incentivi, crediti d’imposta e politiche industriali aggressive per attrarre investimenti, imprese innovative e capitali internazionali. In questo contesto, nessun Paese europeo è sufficientemente grande da affrontare da solo la sfida della competitività globale.

L’Europa rappresenta il più grande mercato integrato del mondo, con oltre 440 milioni di consumatori e un PIL comparabile a quello degli Stati Uniti. Tuttavia, la frammentazione fiscale tra gli Stati membri continua a creare inefficienze, duplicazioni amministrative e fenomeni di concorrenza interna che indeboliscono l’intero continente.

Secondo i dati della Commissione Europea e dell’OCSE, la cooperazione fiscale tra i Paesi dell’Unione ha già prodotto risultati significativi nella lotta all’evasione e all’elusione internazionale, attraverso lo scambio automatico di informazioni e l’adozione di regole comuni contro il trasferimento artificiale dei profitti verso giurisdizioni a fiscalità privilegiata.

La recente introduzione dell’imposta minima globale del 15% per le multinazionali, promossa nell’ambito dell’accordo OCSE/G20, dimostra inoltre che le grandi sfide fiscali possono essere affrontate efficacemente solo attraverso un coordinamento sovranazionale. L’Unione Europea è stata tra le prime aree economiche al mondo a recepire tale principio.

Per l’Italia, vincere la guerra fiscale non significa abbassare o aumentare continuamente le imposte ma contribuire alla costruzione di un mercato europeo più integrato, trasparente e competitivo.
Un’Europa capace di armonizzare le regole fiscali strategiche (combattendo i paradisi fiscale con una normativa sovranazionale) può attrarre investimenti, sostenere la crescita e difendere il proprio modello sociale in un’economia sempre più globale.

La sfida fiscale del XXI secolo non si gioca dunque tra Roma, Parigi o Berlino, ma nella capacità dell’Europa di agire come una potenza economica unita. È su questo terreno che si può davvero vincere la guerra fiscale.