L’imprenditore Gaetano Vecchio, a capo dell’azienda e presidente di Confindustria Sicilia, ha denunciato i fatti permettendo di smantellare il ricatto.
La ditta Cosedil è impegnata nei lavori di risanamento urbano nella zona dell’ex baraccopoli di Fondo Fucile.

Il sistema del “Pizzo 2.0”

La tentata estorsione ha colpito l’opinione pubblica per la modalità insolita del ricatto:

La richiesta: I criminali hanno preteso la cifra di 250 mila euro.

La modalità: Niente biglietti di carta o bigliettini nascosti. I malviventi hanno usato uno smartphone per fare una videochiamata in diretta direttamente dall’interno di una cella del carcere.

Le condanne

Il Tribunale di Messina ha accolto le tesi della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda). Le pene inflitte arrivano fino a oltre 7 anni di reclusione.
Tra i condannati figurano i soggetti che hanno gestito la richiesta mafiosa, definiti i “postini 2.0” del pizzo.
Nel processo si sono costituiti come parti civili sia l’azienda colpita sia il sindacato Fillea Cgil, schieratosi a difesa del lavoro e della legalità.

“La Fillea CGIL Messina e la Fillea CGIL Sicilia esprimono soddisfazione per l’ammissione dell’atto di intervento ex art. 93 c.p.p. nel procedimento penale relativo al tentativo di estorsione ai danni della Cosedil, l’impresa guidata da Gaetano Vecchio che ha avuto il coraggio di denunciare un grave episodio di intimidazione mafiosa.

Un tentativo di piegare attraverso la paura un’impresa che opera nel rispetto delle regole e che contribuisce concretamente allo sviluppo del territorio e alla creazione di lavoro regolare.

La scelta della Cosedil di denunciare immediatamente quanto accaduto rappresenta un esempio di grande responsabilità civile e imprenditoriale. Una scelta che ha consentito alle forze investigative e alla magistratura di intervenire tempestivamente e che dimostra come la denuncia sia lo strumento più efficace per contrastare il fenomeno mafioso.

Per queste ragioni la Fillea CGIL ha ritenuto doveroso non limitarsi a una manifestazione di solidarietà, ma assumere un ruolo attivo all’interno del procedimento giudiziario, esercitando uno strumento previsto dall’ordinamento per rappresentare e tutelare gli interessi collettivi lesi da reati che colpiscono il mondo del lavoro, la libertà d’impresa e la legalità democratica.

Le organizzazioni mafiose non colpiscono soltanto gli imprenditori che resistono alle loro pretese criminali.

Colpiscono i lavoratori, i cantieri, l’economia sana e il futuro dei territori. Per questo la battaglia contro la mafia non può essere lasciata soli a magistrati e forze dell’ordine, ma deve vedere impegnati tutti i corpi intermedi della società, a partire dal sindacato.


«Quando un’impresa denuncia e non si piega al ricatto mafioso – dichiarano Mario Mancini, Segretario Generale della Fillea CGIL Messina, e Giovanni Pistorio, Segretario Generale della Fillea CGIL Sicilia – il sindacato ha il dovere di stare dalla sua parte. La nostra presenza nel processo rappresenta una scelta di campo chiara: siamo al fianco di chi difende il lavoro, la legalità e la dignità delle persone.
La mafia prospera nell’isolamento delle vittime; la risposta deve essere la costruzione di un fronte largo e unitario composto da lavoratori, imprese, associazioni, istituzioni e cittadini».