Può un semplice post sui social convincere centinaia di persone a lasciare il proprio Paese e affrontare il mare? La crisi che ha interessato il Marocco e la Spagna dimostra che, nell’era della comunicazione digitale, la risposta può essere affermativa.  Accanto alle guerre, alla povertà e alle reti del traffico di esseri umani, oggi anche la disinformazione, usata da personaggi senza scrupoli, può diventare un fattore capace di orientare i flussi migratori.

Ceuta è una città autonoma che da poco più di cinquecento anni appartiene alla Spagna, anche se situata sulla costa settentrionale del Marocco. Pur appartenendo alla Spagna, rappresenta un’enclave nel continente africano e costituisce uno dei pochi confini terrestri tra l’Unione europea e l’Africa. Proprio per questa posizione strategica è da anni uno dei principali punti di pressione delle rotte migratorie.

Nei giorni della crisi, il giornalista Aidan Stretch, di CBS News, ha raccolto una testimonianza corredata da fotografie e video che ha alimentato il dibattito sull’accaduto. Un giovane marocchino, appena giunto a nuoto nell’enclave di Ceuta, gli ha mostrato sul telefono i post pubblicati sui social che lo avevano convinto a tentare l’attraversamento. Era partito convinto che il passaggio fosse consentito e che, una volta raggiunta Ceuta, avrebbe potuto entrare facilmente in Spagna. Il ragazzo ha, inoltre, raccontato che, a suo dire, le forze di polizia marocchine avrebbero agevolato la partenza dei migranti. Soltanto una volta arrivato ha scoperto che la polizia spagnola stava già effettuando i respingimenti verso il Marocco.

Quest’episodio racconta più di tante analisi quanto una fake news possa incidere sulle scelte di persone spesso disperate. Resta però l’interrogativo che merita attenzione: cui prodest? chi trae vantaggio dalla diffusione di messaggi di questo tipo? Stabilire responsabilità senza prove, anche se, sempre sui  social, molte se ne stanno raccogliendo, sarebbe improprio, ma è evidente che la disinformazione può finire per favorire gli interessi di chi specula sui flussi migratori, alimentando aspettative irrealistiche e mettendo a rischio la vita di migliaia di persone. Infatti ottanta o più giovani marocchini, colpevoli solo di aver dato credito ai social, hanno perso la vita in mare.

Il Governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha disposto il ripristino temporaneo dei controlli sui collegamenti con la Spagna previsti dal Codice Frontiere Schengen. Una decisione che ha suscitato valutazioni diverse. Per alcuni si è trattato di una misura di prudenza, per altri di un provvedimento inefficace e di sola propaganda politica, considerando che Ceuta non fa parte integralmente dello spazio Schengen e che chi vi entra irregolarmente non può raggiungere liberamente la Penisola Iberica senza essere sottoposto ai controlli previsti dalla normativa vigente.

La vicenda di Ceuta ricorda che il fenomeno migratorio non può essere letto attraverso un’unica lente. Dietro ogni attraversamento s’intrecciano condizioni economiche, aspettative personali, organizzazioni criminali, decisioni politiche e, sempre più spesso, fake news diffuse con estrema rapidità sui social. Per questo limitarsi agli slogan ed alla propaganda rischia di impedire la comprensione di un fenomeno complesso.

Prima di discutere le possibili soluzioni è indispensabile partire dai fatti. E i fatti raccontano una realtà spesso ignorata: una falsa notizia può trasformarsi nella scintilla che spinge centinaia di persone a intraprendere viaggi disperati, mettendo a rischio la propria vita. Accade perché molti, per mancanza di informazioni, scarsa istruzione o semplice ingenuità, finiscono per credere alle promesse e alle fake news diffuse da trafficanti e altri personaggi senza scrupoli. È da questa consapevolezza, e non dagli slogan, che dovrebbe prendere avvio ogni riflessione seria sulla gestione dei flussi migratori.