Dopo la recente tensione diplomatica tra i governi di Italia e Spagna, il tema dell’immigrazione è tornato al centro del dibattito pubblico e politico. Un confronto spesso polarizzato, tra chi la considera una risorsa indispensabile per un Paese con bassa natalità e popolazione in invecchiamento e chi, invece, la associa principalmente a problemi di sicurezza e gestione dell’ordine pubblico.

La realtà, tuttavia, è più complessa e richiede un’analisi basata sui dati, distinguendo fenomeni che troppo spesso vengono sovrapposti.

Secondo l’ISTAT, all’inizio del 2025 gli stranieri regolarmente residenti in Italia erano circa 5,4 milioni, pari al 9,2% della popolazione. A questi si aggiunge una componente irregolare stimata dalla Fondazione ISMU in alcune centinaia di migliaia di persone. Si tratta di condizioni profondamente diverse: la presenza regolare consente lavoro, studio e contribuzione al sistema fiscale e previdenziale; quella irregolare, invece, pone questioni di controllo, identificazione e gestione del territorio.

Il fenomeno migratorio si inserisce in un contesto demografico critico. L’Italia registra da anni un saldo naturale negativo: nel 2025 le nascite si sono fermate a circa 355 mila unità, a fronte di oltre 650 mila decessi. Una dinamica che riduce progressivamente la popolazione e, soprattutto, la quota di persone in età lavorativa.

In questo scenario, la presenza straniera contribuisce in parte a compensare il calo demografico e il fabbisogno di manodopera. L’impatto non è solo numerico, ma anche economico. Secondo il Rapporto 2025 della Fondazione Leone Moressa, oltre 2,5 milioni di lavoratori stranieri generano circa 177 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a quasi il 9% del PIL. Gli imprenditori nati all’estero sono circa 787 mila e operano in settori chiave come edilizia, agricoltura, logistica, ristorazione e servizi.

In diversi comparti la presenza di lavoratori stranieri è ormai strutturale, dall’assistenza agli anziani all’agricoltura, fino a numerose attività del terziario. Un dato che evidenzia come l’immigrazione sia ormai parte integrante del sistema produttivo italiano.

Un altro ambito significativo è quello scolastico. Nell’anno 2025-2026 gli studenti con cittadinanza non italiana sono circa 930 mila, pari all’11,6% della popolazione scolastica. Una quota rilevante è nata in Italia e ha seguito l’intero percorso formativo nel Paese, contribuendo a processi di integrazione che si sviluppano soprattutto nella quotidianità scolastica.

Anche sul piano dell’istruzione superiore il fenomeno è in crescita: nel 2024 le università italiane hanno laureato oltre 16.700 studenti internazionali, a cui si aggiungono migliaia di giovani di origine straniera cresciuti nel sistema educativo italiano. Si tratta di una generazione che entra nel mercato del lavoro con una piena conoscenza della lingua e delle istituzioni.

Un contributo visibile arriva anche dallo sport, dove atleti di seconda generazione rappresentano sempre più spesso l’Italia nelle competizioni internazionali, contribuendo ai risultati delle nazionali e rafforzando il legame tra integrazione e identità sportiva.

Accanto a questi elementi, non mancano tuttavia criticità rilevanti. L’immigrazione irregolare è spesso collegata a fenomeni come traffico di esseri umani, caporalato, lavoro nero e sfruttamento da parte di cittadini italiani, con effetti che colpiscono soprattutto le persone più vulnerabili e alimentano circuiti criminali e concorrenza sleale.

Sul piano della sicurezza, i dati mostrano una presenza significativa di cittadini stranieri nella popolazione carceraria rispetto alla loro incidenza demografica. Un elemento che richiede attenzione, ma che non può essere interpretato come indicatore di una maggiore propensione alla criminalità: le responsabilità restano sempre individuali.

Un discorso analogo riguarda la dimensione religiosa. In Italia vivono circa 1,7 milioni di stranieri di fede musulmana, oltre a cittadini italiani musulmani. La grande maggioranza conduce una vita ordinaria, lavorando, studiando e contribuendo alla società. I casi di devianza esistono, ma devono essere affrontati attraverso gli strumenti dello Stato di diritto, senza generalizzazioni.

La Costituzione tutela la libertà religiosa, compresa la scelta individuale di pratiche come l’uso del velo. Diverso è il caso di eventuali imposizioni, che configurerebbero una violazione dei diritti fondamentali e non una libera espressione di fede.

Tra le questioni più complesse resta quella dei rimpatri. L’esecuzione di un’espulsione richiede identificazione, documentazione, verifiche giuridiche e la collaborazione dei Paesi di origine, fattori che spesso ne rallentano o ne impediscono l’attuazione. Per questo il numero dei rimpatri effettivi resta generalmente inferiore ai provvedimenti adottati.

Una politica migratoria efficace deve quindi agire su più livelli: controllo delle frontiere, contrasto ai traffici illegali, canali regolari di ingresso per lavoro e studio e un sistema di rimpatri realmente operativo per chi non ha diritto alla permanenza.

In questo contesto si inserisce anche il Protocollo Italia-Albania, con le strutture di Shëngjin e Gjadër, pensate per gestire parte delle procedure relative ai migranti soccorsi o intercettati. Il costosissimo progetto voluto dal governo Meloni, oggetto di un acceso confronto politico e giuridico, sarà valutato soprattutto in base alla sua efficacia concreta che ad oggi non è stata ancora dimostrata.

Per comprendere il fenomeno migratorio è utile ricordare che l’Italia è stata a lungo un Paese di emigrazione: tra il 1876 e il 1976 oltre 26 milioni di italiani lasciarono il Paese in cerca di lavoro e migliori condizioni di vita, spesso affrontando difficoltà e discriminazioni. Anche nel secondo dopoguerra milioni di persone si spostarono dal Sud verso il Nord Italia industriale e verso altri Paesi europei. Proprio oggi si ricorda il disastro di Marcinelle, che provocò la morte di 136 immigrati italiani.

Questa memoria storica non offre risposte semplici, ma aiuta a leggere il presente con maggiore consapevolezza: dietro le statistiche esistono persone, percorsi e condizioni molto diverse tra loro.

L’immigrazione, in definitiva, non è né una soluzione miracolosa né una minaccia assoluta. È un fenomeno strutturale che richiede gestione, equilibrio e realismo. Servono regole chiare, contrasto allo sfruttamento, integrazione per chi rispetta le norme e rimpatri effettivi per chi non ha titolo a restare.

Una sfida complessa, ma inevitabile, che richiede politiche concrete più che contrapposizioni ideologiche. Perché, più degli slogan che alimentano l’odio verso gli immigrati, sono i fatti a definire la qualità delle risposte.

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Dello stesso autore il precedente articolo: “Ceuta, tra immigrazione, fake news e propaganda