In un tempo nel quale siamo raggiunti continuamente da notizie, immagini, opinioni e dati, la vera difficoltà non sembra più essere quella di ottenere informazioni, ma di riuscire a comprenderle, selezionarle e distinguerne l’autenticità.
È intorno a questa domanda che si è sviluppata la XVI edizione di “Mandanici – Archetipi e Territorio”, dedicata quest’anno al tema “Discernimento e verità – Orientarsi tra informazione, sapere e realtà”, ospitata al Museo Etnoantropologico di Mandanici. Un incontro costruito, come nella tradizione della manifestazione, sul confronto tra competenze ed esperienze profondamente differenti. Filosofia, antropologia, società, memoria, comunicazione e perfino il mondo della gioielleria sono diventati prospettive diverse attraverso le quali interrogarsi su un problema comune: come riconoscere ciò che è autentico in un’epoca dominata dalla sovrabbondanza informativa e dalle apparenze?
La sessione della domenica mattina è iniziata con Stefania Panetta che, a partire da un’esperienza maturata attraverso il contatto con gli sciamani in Nepal, ha condotto la riflessione verso l’origine stessa del concetto di informazione. Richiamando l’etimologia latina di informare, intesa come “dare forma”, Panetta ha evidenziato la distanza rispetto ad una contemporaneità nella quale l’informazione rischia, invece, di trasformarsi in una successione incontrollata di dati, continuamente ripresi e rielaborati fino a perderne talvolta origine e significato.
Sul rapporto tra informazione e pensiero si è soffermata Gabriella Bertuccini, con una relazione dal titolo significativamente giocato sulle parole: “Penso, mi in-formo o mi informo e penso”. Un invito a non considerare l’informazione come un punto di arrivo, ma come parte di un processo critico. Informarsi dovrebbe significare anche lasciarsi “formare” dalla conoscenza senza rinunciare alla propria capacità di giudizio. Nel suo intervento Bertuccini ha richiamato il funzionamento del processo comunicativo, il ruolo del feedback e, soprattutto, la necessità di ricondurre continuamente ciò che apprendiamo al confronto con la realtà. Da qui il passaggio alla filosofia dell’informazione e al pensiero di Luciano Floridi, espressione di una filosofia contemporanea che torna a misurarsi direttamente con le trasformazioni prodotte dall’universo digitale. Di multidisciplinarità ha parlato anche Cosimo Inferrera, che ha descritto scherzosamente il ripetersi per sedici edizioni dell’appuntamento mandanicese come una sorta di piccolo “miracolo di San Gennaro”: una comunità che, senza obblighi o vincoli, continua infatti a ritrovarsi spontaneamente nello stesso luogo. Proprio nella capacità di mettere insieme saperi differenti, Inferrera individua una delle ragioni del successo dell’iniziativa. Contro la tendenza ai “separatismi”, anche culturali e sociali, occorre ricostruire collegamenti tra conoscenze, istituzioni e comunità. La sua riflessione si è poi allargata alla Sicilia e al Mediterraneo, sottolineando il paradosso di un’Isola collocata nel cuore delle grandi rotte internazionali, ma non sempre capace di trasformare questa centralità geografica in opportunità. Una condizione che, secondo Inferrera, rende necessario superare l’isolamento e sviluppare alleanze e forme di cooperazione tra territori e regioni mediterranee. Particolarmente immediata la metafora scelta da Rosario Alì, designer di gioielli. Chi lavora quotidianamente con oro e pietre preziose sa bene che non tutto ciò che brilla è oro e che riconoscere l’autenticità richiede esperienza, studio e competenza. Lo stesso, secondo Alì, accade con le informazioni: qualcosa può apparire vero senza esserlo e, nell’epoca delle apparenze, il confine tra autentico e falso diventa sempre più difficile da individuare. Da qui una delle sintesi più efficaci emerse nel corso dell’incontro: «L’informazione ci raggiunge, il sapere la organizza, il discernimento la mette alla prova, la verità ci orienta, la memoria ci impedisce di ricominciare ogni volta da zero». Ed è proprio la memoria ad aver costituito il secondo asse del suo intervento. Alì ha richiamato le lacune che diverse indagini internazionali hanno evidenziato nella conoscenza della Shoah tra le giovani generazioni, ponendo una domanda essenziale: se non ricordiamo i fatti, come possiamo riconoscere la verità? Ma la memoria non riguarda soltanto i grandi eventi della storia. È anche custodia delle relazioni, delle tradizioni e di un modo di vivere che rischia progressivamente di scomparire: la convivialità, il tempo lento, l’ascolto, l’ospitalità, il piacere di stare insieme. Il paradosso della società digitale è così quello di essere sempre più connessi ma, allo stesso tempo, sempre più distanti, con centinaia di contatti virtuali e una sempre minore conoscenza di chi vive accanto a noi.

La mattinata è, quindi, proseguita con gli interventi della prof.ssa Angela Salafia, del dott. Nicolò Schepis e della dott.ssa Mariacristina Provenzano, completando una sessione che ha fatto della pluralità delle discipline la propria caratteristica principale. Ed è proprio dalla contaminazione dei saperi che Pino Mento, anima del convegno, trae il significato più profondo di questa sedicesima edizione. «Cerchiamo di sconfiggere questo pessimismo dilagante che coinvolge la nostra società. Con tanti saperi che si mescolano e si confrontano cerchiamo di trovare nuove vie, anche inedite e inaspettate, sul percorso della felicità per l’umanità e per tutto l’universo».
Quanto al futuro, l’appuntamento sembra già implicitamente fissato al 2027, e forse è proprio questa la migliore conclusione per una manifestazione dedicata al discernimento: continuare ad interrogarsi, senza pretendere di avere già tutte le risposte.
