Nino Di Matteo, come altri magistrati, rifiuta di stare in silenzio.
“Non posso stare zitto in un momento in cui sento che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, quei valori costituzionali per i quali sono morti ventotto magistrati nella storia della Repubblica italiana, sono a rischio”.

Nino Di Matteo afferma che “la separazione delle carriere si basa su presupposti completamente falsi”. Il primo “è che ci sarebbe un continuo passaggio di funzioni da giudice a pm. Ma il numero dei magistrati che passano da una funzione a un’altra è veramente esiguo. Nel 2024 mi pare che siano stati 41”, ricorda il sostituto procuratore nazionale antimafia.
“La riforma Cartabia prevede la possibilità che una sola volta nel corso della carriera di un magistrato si possa passare dalla funzione di giudice a quella di pm o viceversa, e lo si deve fare nei primi dieci anni della carriera”. Ancora. “Altra clamorosa bugia: vi dicono che è necessario separare le carriere di giudici e pm perché oggi, con l’unicità delle carriere, i giudici sarebbero appiattiti sulle richieste dei pubblici ministeri. Questo è un dato facilmente smentibile”, sottolinea. “Il 48% delle richieste del pm in esito a un giudizio di primo grado è disatteso dai giudici. Ci sono giudici che assolvono quando il pm ha chiesto la condanna. Ci sono giudici che condannano quando il pm ha chiesto l’assoluzione”. Si tratta, afferma, di una balla clamorosa, “smentita da quello che accade giornalmente nelle aule dei nostri tribunali”.

Altra prospettazione falsa. “Dicono: ‘Ma noi lo facciamo per assicurare la parità delle parti’, ma questa – ricorda – è già assicurata dalle regole del codice di procedura penale che attribuiscono al pubblico ministero e al difensore le stesse facoltà processuali quando si arriva a giudizio”. E allora, in realtà, che cosa si vuole ottenere separando le carriere? “Si vuole ottenere un controllo dell’attività del pubblico ministero da parte dell’esecutivo, da parte del ministro della Giustizia”.
Come accade in Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Austria, Olanda. “In tutti i Paesi in cui vige la separazione delle carriere – segnala Di Matteo – o subito o dopo qualche anno sono state previste forme di controllo”. Ma questo, sottolinea, “non è un pericolo per noi magistrati; a me, pubblico ministero, da un punto di vista utilitaristico personale, non cambierebbe nulla. Il problema è per i cittadini, per i più deboli, per coloro i quali saranno minoranza”. Ecco perché “la battaglia per il No non riguarda la conservazione di un privilegio di casta della magistratura, ma è una battaglia per la conservazione della libertà, della democrazia, dell’equilibrio dei poteri ed è una battaglia a favore dei cittadini, soprattutto dei più deboli”.

 Nino Di Matteo ha ricordato che gli stessi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Saetta, Rocco Chinnici, Rosario Livatino “hanno fatto sia il pubblico ministero che il giudice e non credo che, quando hanno fatto il giudice, si fossero appiattiti sulle posizioni del pubblico ministero o che, quando hanno fatto il pubblico ministero, non avessero quella cultura della giurisdizione che deve caratterizzare il pubblico ministero”.