È stata inaugurata sabato 7 marzo negli spazi della Foro G Gallery di Ganzirri la mostra “Tessiture”, un dialogo artistico a tre voci che vede protagoniste Roberta Guarnera, Silvia Muscolino e Graziella Romeo.
L’esposizione, visitabile fino al 22 marzo, propone un intreccio di visioni al femminile che si inserisce simbolicamente nel periodo in cui si celebra la Giornata internazionale della donna. Al centro della ricerca artistica il tema della tessitura, attività che sin dall’antichità è stata associata alla dimensione femminile e che rimanda simbolicamente ai cicli della vita, della memoria e del cosmo.
Memoria, tempo e frammenti
Nel lavoro di Graziella Romeo, intitolato Frammenti, elementi sparsi di memoria personale si legano visivamente alla stoffa appartenuta alla nonna materna, custodita all’interno di un telaio da ricamo. L’opera suggerisce la dimensione ciclica del tempo: il movimento antiorario richiama infatti un ritorno regressivo nei ricordi, mentre la struttura volutamente incompleta – segnata dall’assenza del dodicesimo elemento – lascia il cerchio aperto, in continuo divenire tra passato e futuro.

Il tema della trasmissione familiare e della tradizione emerge anche nel progetto Vesto di memoria di Roberta Guarnera, in cui la dote appartenuta alla nonna materna diventa materia viva dell’opera. Qui il gesto del tramandare assume una dimensione performativa: la fotografia, ricamata sul corredo, si trasforma in un dispositivo narrativo che rilegge e rinnova il significato della memoria domestica.
Il nodo tra magia e identità femminile
La trama concettuale della mostra si infittisce con la serie pittorica Il nodo magico di Silvia Muscolino, che indaga il punto di convergenza tra materia, pratiche cultuali e magia quotidiana. Partendo da una riflessione sulle “tessiture” come strumenti di trasmissione di energia – spesso associata al femminile – le opere si sviluppano come una sequenza narrativa.
Nelle prime tre tele di dimensioni minori i volti delle figure femminili sono appena accennati: una scelta che universalizza il soggetto e concentra l’attenzione sull’atto dell’annodare, gesto carico di significati simbolici. Nel folklore popolare, infatti, il nodo può rappresentare un dispositivo di protezione o di catarsi; annodare i capelli in trecce, secondo diverse credenze, avrebbe il potere di impedire al malocchio di insinuarsi tra le ciocche.
In Sicilia, inoltre, la pratica di annodare fiori, erbe o nastri – chiamata in dialetto “ruppu” – unisce dimensione sacra e profana ed è stata tradizionalmente legata alla protezione, all’amore o al condizionamento del destino altrui.
Dalla strega alla sposa
La sequenza pittorica conduce poi a un primo piano: una giovane sposa, dal sorriso lieve, sta per annodare il filo della propria vita a quello del futuro marito, mentre il velo nuziale ricamato sfiora il suo volto.
La serie mette così in relazione due figure apparentemente opposte ma entrambe radicate nell’immaginario culturale femminile: la strega e la sposa. Da un lato il potere, la conoscenza e la libertà spesso marginalizzata dalla collettività; dall’altro il ruolo sociale della moglie, storicamente legato a modelli di cura e sottomissione, oggi sempre più ridefiniti.
Il gesto finale: liberare il nodo
L’ultima tela, la più grande della serie, rappresenta la scena conclusiva. Qui compare finalmente un volto pienamente riconoscibile: ancora una sposa, intenta a giocare con fili intrecciati tra le dita, creando geometrie sospese nell’aria.
Se inizialmente sembra prigioniera di uno schema imposto, la figura trova una soluzione inattesa: il nodo non viene sciolto con gesti rituali, ma bruciato con la fiamma di una sigaretta. Attraverso il fuoco l’energia si libera in modo diverso, aprendo a nuove possibilità di pensiero e di azione, individuali e collettive.
L’immagine, dal taglio quasi cinematografico, richiama anche suggestioni contemporanee e gesti di protesta femminile, restituendo la figura della sposa come soggetto attivo, capace di confrontarsi con i nodi sociali e culturali per riscrivere una storia diversa.
