Dal 21 al 27 marzo, la città di Messina ospita presso la Galleria Spazioquattro la mostra “Opere aperte” di Anna Parisi, un progetto espositivo che si configura come un momento di svolta nel percorso dell’artista e, al tempo stesso, come una riflessione critica sul fare contemporaneo.
Il ciclo di lavori presentato rappresenta un gesto dichiaratamente rivoluzionario: un’esposizione che rifiuta la rassicurante coerenza stilistica per abbracciare la complessità, le contraddizioni e le tensioni interne dell’autrice. In un sistema artistico che spesso privilegia la riconoscibilità immediata, Parisi sceglie di esporsi senza filtri, mettendo in discussione categorie consolidate e aprendo il proprio linguaggio a esiti imprevedibili.
Il percorso alla base di queste opere affonda le radici in un dibattito avviato già negli anni ’80, quando il confine tra arte e artigianalità, tra genio e creatività, venne profondamente riconsiderato. Un riferimento emblematico è quello di Maria Lai, figura centrale nel ridefinire il valore del gesto e della materia nel linguaggio artistico contemporaneo. Tuttavia, nel lavoro di Parisi questo lascito viene rielaborato in chiave personale, fino a diventare un’indagine autonoma sulla materia e sulle sue possibilità espressive.


A introdurre la mostra è il termine “Frasese”, espressione dialettale che evoca qualcosa di imprevedibile, quasi folle. In questo contesto, il concetto diventa chiave interpretativa dell’intero progetto: uno “strappo”, un frammento che resta dopo un’azione trasformativa. Il gesto artistico si fa così sovversivo, capace di destrutturare e ricomporre tanto il tessuto materiale quanto quello temporale.
È proprio nel rapporto con la materia che si coglie il nucleo più profondo delle “Opere aperte”. Il filo, il tessuto, la stratificazione non sono elementi decorativi, ma veri e propri dispositivi di pensiero: strumenti attraverso cui l’artista articola ciò che non può essere detto altrimenti. Come nella lezione di Maria Lai, il filo si fa scrittura, ma qui diventa soprattutto tensione, sistema di segni che mette in relazione ciò che tiene e ciò che cede.
Le opere si muovono lungo una linea di equilibrio instabile tra costruzione e distruzione. Frammenti di stoffa vengono accumulati, intrecciati, sovrapposti, generando superfici dense e vibranti. Questa densità non è mai opprimente: appare piuttosto come una sedimentazione del tempo, un deposito visibile di esperienze, gesti e trasformazioni.
Particolarmente significativa è la serie delle “Trame”, dove la forma sembra sottrarsi a ogni compimento definitivo. Il frammento non tende verso una sintesi, ma rimane aperto, in uno stato di “non ancora” che riflette una tensione più ampia: quella tra controllo e abbandono, tra progetto e gesto. Parisi non risolve questa dialettica, ma la assume come struttura stessa dell’opera, trasformandola in principio generativo.


Anche il colore partecipa a questa narrazione. Le tonalità prevalenti – blu, bianchi e grigi – rimandano alla luce e al paesaggio del Tirreno, evocando una dimensione sospesa e contemplativa. Quando il colore esplode, introducendo rossi e verdi, la superficie si carica di una tensione quasi narrativa: il passaggio da uno stato all’altro non è decorativo, ma segna una frattura, un cambio di ritmo, un’emersione emotiva.
Dopo oltre trent’anni di attività, dedicati a un’indagine incessante sulle “probabilità creative”, Anna Parisi individua in questa mostra uno snodo necessario. “Frasese” non è una retrospettiva, ma una presa di posizione sul presente: mostrare il processo accanto al risultato, la costruzione insieme alla destrutturazione, significa rifiutare l’idea dell’opera come oggetto concluso e immutabile.
Le “Opere aperte”, così definite dai curatori Alessandro Mancuso e Maria Berenato, si offrono allo sguardo come processi in divenire più che come esiti definitivi. In questo senso, la mostra diventa anche un invito rivolto allo spettatore: entrare nell’opera, sostare nella sua instabilità, confrontarsi con una pratica che fa della trasformazione della materia il proprio modo di stare nel mondo.
In un contesto culturale che spesso premia la riconoscibilità e la coerenza, la scelta di Anna Parisi assume così il valore di un atto critico: un’apertura, appunto, verso possibilità ancora non del tutto definite, ma proprio per questo vitali e necessarie.
